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Il gonfalone del comune

Lo stemma si compone: di tre scaglioni di rosso su fondo argento ripresi dell’ arma dei Settimo Calvello fondatori del paese sormontati da una torre che simboleggia
il casale e l’ex Statodi Fitalia nel cui territorio sorge il comune. I due mazzi di spighe richiamano all’eccellenza della produzione agricola del paese.

LA STORIA x

di Domenico Gambino

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Campofelice di Fitalia, paese del grano, sorge nel territorio dell’ex Stato feudale di Fitalia che in origine appartenne alla nobile famiglia Calvello e poi, per mezzo del matrimonio tra Giovanni Antonio Settimo e Laura Calvello, celebrato nel 1482, passò alla famiglia Settimo. Il paese nasce nel 1811 per volontà del principe di Fitalia Girolamo Settimo Calvello e Naselli che, in data 1° settembre 1810, ebbe riconfermata da Ferdinando IV di Borbone l’antica “licentia abitatorum territorium” di Fitalia concessa nel 1594 al suo antenato il barone Michele Settimo. Con la predetta autorizzazione, e dopo aver provveduto alla redazione del progetto e del capitolato, il Principe di Fitalia, il giorno 28 luglio 1811, con atto notarile, assegnava ai mastri muratori i lavori per la fondazione del nuovo borgo che furono subito avviati.

La denominazione Campofelice di Fitalia, secondo la tradizione popolare, fu data in omaggio alla moglie del principe che si chiamava Maria Felice ma, invero, il toponimo composto da “campo” e “felice” indica anche la fertilità dei terreni e in questo senso assume lo stesso significato del termine greco “fitalia” che indica una terra fruttifera. Una denominazione sicuramente di buon auspicio per quei contadini in cerca di fortuna che ebbero assegnate la casa di abitazione dietro pagamento di un canone annuale del 5 per cento sul valore di stima e una salma di terra (e anche di più) in ragione del canone di 6 onze. Essi godevano anche dell’agevolazione che sulle case e su otto tumoli di terreno non avrebbero pagato il canone per i primi quattro anni, ma si impegnavano a migliorare i loro poderi con l’impianto di vigneti nella misura di due tumoli per anno.
La presa in possesso delle case avvenne prima della consegna ufficiale e già all’inizio del 1814 il villaggio era abitato da varie famiglie e cominciò a vivere; i contadini iniziarono a coltivare le terre. L’anno successivo c’era già un sacerdote che prestava l’assistenza spirituale e nella chiesa appena ultimata si celebravano le funzioni religiose. Nel 1817 la chiesa si arricchiva del gruppo scultoreo di san Giuseppe e di Gesù Bambino e al patriarca veniva affidata la protezione del villaggio.
La popolazione, per molto tempo, fu sempre in continua crescita con un notevole sviluppo demografico, tanto che al censimento del 1861 si contarono 1017 abitanti. Segno inequivocabile che il progetto del principe aveva avuto successo.
La fondazione del villaggio, però, cosa tutt’altro che secondaria, coincise con un momento di grandi cambiamenti e con gli anni di transizione dal sistema feudale alla libera proprietà, cosicché, dopo l’avvio dei lavori per la costruzione del villaggio, nel 1812, venne approvata la legge che sanciva la fine della feudalità ma i primi coloni prendevano possesso delle abitazioni soltanto nel 1814.
Questi eventi, paradossalmente, pesarono sfavorevolmente sul futuro del villaggio.
Piccoli centri di nuova fondazione, infatti, alla fine della feudalità, assunsero la figura di comuni in quanto sorti in tempi precedenti.
Per Campofelice, invece, le cose andarono in maniera diversa. Popolatosi appena dopo la fine della feudalità, al signore di Fitalia vennero a mancare quei diritti stabiliti dal sistema feudale e al paese, di conseguenza, non fu riconosciuta l’entità comunale, malgrado fosse intenzione del Principe formare un comune autonomo. Caso forse unico, la nuova popolazione rimase una entità indefinita, amministrata dai principi di Fitalia fino al 1846 per poi, addirittura, autoamministrarsi senza alcun riconoscimento giuridico anche se nel 1848 venne istituita la carica di “Eletto di Fitalia” e l’ufficio dello Stato civile. Questa situazione perdurò fino al 1851 quando il governo borbonico decise di affidare provvisoriamente l’amministrazione di Campofelice al comune di Mezzojuso. Ordine che l’amministrazione mezzojusara accettò con riluttanza tanto che, dopo l’unità d’Italia, nel 1861, il Consiglio comunale con due successive deliberazioni tentò di svincolarsi dalla responsabilità amministrativa sulla borgata.
Da qui le ragioni della travagliata vicenda di Campofelice di Fitalia che seppur fondato con l’antica “licentia populandi” non godette dei privilegi comunali e, non avendo una popolazione minima di 3.000 ab. che avrebbe consentito agevolmente di costituirsi comune (come previsto dalla normativa), i campofelicesi dovettero lottare a lungo per avere riconosciuta l’autonomia comunale.
Lo sviluppo era sostanzialmente condizionato dalla vocazione del territorio alla cerealicoltura che, come è noto, costituisce ancor oggi la principale attività agricola dei contadini campofelicesi. Nella seconda metà dell’Ottocento nel paese si delineava una specifica cultura popolare dovuta all’integrazione e alla mescolanza di linguaggio, usi, costumi e devozioni provenienti dai vari paesi di origine dei primi abitanti generando un originale patrimonio culturale.
Anche per gli aspetti politico-sociali il paese mostrava la propria identità.
Già nel 1856 un folto gruppo di campofelicesi prese parte alla sfortunata rivolta organizzata da Francesco Bentivegna contro il dispotismo borbonico che ebbe inizio proprio a Campofelice, ma che presto fu soffocata e finì nel peggiore dei modi. Il Bentivegna fu condannato a morte e fucilato nella piazza di Mezzojuso; diversi campofelicesi furono anch’essi condannati a morte ma la pena fu commutata a 18 anni di carcere duro da scontare nelle orrende carceri di Favignana. Nel 1860 furono liberati da Giuseppe Garibaldi al quale si unirono altri campofelicesi ediedero, così, il loro contributo all’unità d’Italia.
Quando nel 1866 a Palermo scoppiò la sommossa popolare, la cosiddetta “Rivolta del Sette e Mezzo”, contro il governo nazionale che aveva deluso le aspettative dei siciliani e tra l’altro aveva reintrodotto la tassa sul macinato, Campofelice fu tra i paesi della provincia dove il risentimento popolare si sollevò in modo assai violento e l’ordine fu ristabilito soltanto quando da Palermo sopraggiunse un battaglione di soldati.
Nel 1893, sull’esempio di altri Comuni, anche a Campofelice fu costituita una sezione dei “Fasci dei lavoratori”, instaurando rapporti con altri sodalizi e con Bernardino Verro, corleonese e leader del movimento. Anzi all’Associazione campofelicese, in un primo momento, aderirono più donne che uomini. Fu un contadino campofelicese che consegnò proprio al Verro un esemplare di pane nero, forse ucanigghiottu, che un possidente gli aveva dato da mangiare. Bernardino Verro lo divise in pezzi, lo inviò a vari giornali e anche al Parlamento Italiano, dove quella qualità di pane suscitò grande clamore.
L’anno successivo, dopo la soppressione dei Fasci, è da ritenere molto significativa la vertenza ingaggiata dai contadini campofelicesi contro i pochi possidenti del territorio per la concessione delle terre a mezzadria o terratico. Problema assai sentito in un territorio fortemente vocato allacoltivazione dei cereali.
Un altro periodo importante della storia politica e sociale del paese, è costituito dalla fondazione, agli albori del Novecento, di due sodalizi fortemente contrapposti, ovvero la “Società Agricola Operaia di Mutuo Soccorso – Libertà e Lavoro” di orientamento socialista e la “Società Cooperativa Cattolica” comunemente detta “Lega Cattolica” fondata da padre Giuseppe Capizzi, storico curato e parroco di Campofelice. Collegata a queste due Società è la vicenda per la spartizione e l’accaparramento delle terre dell’ex feudo Puzzo che il Principe concesse in gabella alla “Lega Cattolica” e che poi, contrariamente ad ogni aspettativa, vendette dopo alcuni anni.
Questi eventi chiariscono come i campofelicesi, che avevano acquisito una propria identità politica e culturale legata alla propria origine storica, alla provenienza dei primi abitanti e al lavoro agricolo, fossero rimasti rilegati a frazione.
Il comune di Mezzojuso con varie deliberazioni emanate prima dal decurionato e poi dal consiglio comunale (1861) tentò invano, in un primo tempo, di svincolarsi dall’onere di amministrare la borgata; ma successivamente cambiò politica e infatti nel 1889, nel definire la circoscrizione elettorale di Campofelice per l’elezione dei propri rappresentanti, fece riferimento non all’intero vasto territorio della Signoria di Fitalia ma soltanto agli abitanti residenti nelle terre che il principe di Fitalia aveva concesso in enfiteusi, ovvero il centro abitato e il solo censito della Montagnola circostante il paese. A difesa della propria identità storica e territoriale i campofelicesi fecero ricorso e il Consiglio di Stato ordinò al Consiglio comunale di Mezzojuso di rettificare la circoscrizione territoriale di Campofelice e includere tutti i feudi dell’ex Stato di Fitalia.
Nel 1890 veniva fondata a Campofelice la prima associazione denominata Società Agricola Operaia “Umberto I” che, oltre ad essere finalizzata alla mutua assistenza, si proponeva il «bene da farsi alla fondazione del paese».
Da quel momento, negli anni successivi, si moltiplicarono sempre più le proteste e le richieste verso l’Amministrazione comunale di Mezzojuso per la risoluzione di problemi locali. Malcontento che, nel 1907, trovò voce collettiva nel primo “Comitato di agitazione pro interessi per Campofelice” con la richiesta di elevazione a comune autonomo.
L’autonomia comunale sembrò cosa fatta nel 1922 quando fu discussa al Parlamento italiano ma grande fu la delusione quando si apprese il rinvio della decisione.
L’avvento del fascismo, pregiudizialmente contrario alle autonomie locali, portò alla sospensione di quell’anelito di autonomia.
Al termine della seconda guerra mondiale e con l’affermarsi delle nuove idee di libertà, democrazia e valorizzazione delle autonomie locali, l’antica aspirazione dei campofelicesi si impose nuovamente nella vita politica del paese (circa 1700 ab.) che fu incentrata a sostenere la causa della libertà amministrativa ma, malgrado i campofelicesi trovassero sostegno nella Regione Siciliana, le battaglie per raggiungere l’autonomia furono molto aspre. Per questo motivo grande e commovente fu la gioia dei campofelicesi quando, finalmente, il 1° febbraio 1951, venne approvata la legge Ragionale che elevò Campofelice di Fitalia a comune autonomo.